In auto lungo la strada verso L’Aquila, un pomeriggio di maggio. Colpisce la bellezza della natura, il verde smagliante e quasi offensivo – per il suo nitore indifferente – rispetto all’attesa incombente, dello sfregio delle case e dei paesi feriti. In questa giornata di sole ora non sembra neanche possibile che sia accaduto quello che è accaduto, mentre intanto sfrecciano dai finestrini i campi e le pianure dell’Altopiano di Navelli. Da qui sono lontane le cronache dei giornali, le frenesie delle televisioni, gli inviati trafelati che annunciano l’arrivo di una delegazione di tecnici giapponesi o dei Tir delle acque minerali, ogni volta come se fossero eventi straordinari e salvifici. Non sembra colpito al cuore l’Abruzzo di pietre e case dell’Appennino aquilano, quella regione che, come scrive Giorgio Manganelli, nel suo centro geografico non ha una città ma una montagna; non sembra segnato quel paesaggio di case e chiese rupestri che si lascia guardare in questo scorcio di tarda primavera. Ed ecco finalmente i paesi, ecco Navelli. I cento occhi delle case osservano il blu e il rosso della tendopoli, i colori dello stato, i colori della protezione civile e dei vigili del fuoco. Colori incongrui, perché questa è la terra dello zafferano, il prodotto rinomato in tutto il mondo, il simbolo di una enogastronomia sintesi di antiche tradizioni e moderne strategie di mercato.
In fondo, dopo la curva, la strada s’inerpica verso Civitaretenga, il paese abbarbicato sulla collina: lassù c’è un’altra tendopoli, una tendopoli - comunità in cui le persone provano a riprendersi la loro esistenza, perché oltre le emergenze momentanee è necessario ritessere la vita, riaffermare la quotidiana rassicurazione dei gesti abituali: al ristorante “Crocus”, i riti del giornale, il caffè, l’andirivieni dei clienti sembrano la conferma di questa speranza.
A Castelnuovo il centro storico è chiuso; davanti a noi una macchina parcheggia proprio all’inizio della frazione, accanto a una casa che non ha danni apparenti, la facciata intatta, solo le imposte sono sbarrate e chiuse. Dall’auto scende un uomo, si guarda intorno, poi s’incammina, si ferma davanti all’ingresso dell’abitazione, apre la porta, entra, richiude. Esce dopo pochi minuti, con alcune buste e una sacca, rimane a guardare un attimo quella facciata, scruta e indaga come se cercasse nella struttura i segni rassicuranti della stabilità, così da potersi allontanare rassicurato. Riprendiamo la strada verso Barisciano, da cui si sale verso Santo Stefano di Sessanio. A Poggio Picenze colpisce la nostra attenzione la chiesa squarciata, che rispecchia il cielo azzurro in una involontaria continuità di colori e luci riflesse; eppure neanche così ferita essa non rinuncia alla sua superiore spiritualità, pare intenta a richiamare intorno a sé la comunità, riunita e accovacciata lungo i suoi fianchi.
Dopo la discesa ci attende San Gregorio, e poi oltre Onna, dove la terra ha colpito con più violenza, e quindi Monticchio. Su un cartellone pubblicitario leggiamo i nomi dei dolci tipici di queste zone, si sovrappongono immagini e riaffiorano sapori e gusti mentre scorre il via vai dell’emergenza. Molte persone al bivio sono ferme ad un punto di ristoro, il supermercato è aperto, entrano ed escono famiglie, giovani, anziani con il carrello: gesti abituali, come se si trattasse di una qualunque giornata, come se fosse un normale pomeriggio di sole di una qualunque primavera, bella e profumata come sempre.
Lasciamo dietro di noi capannelli che discutono, superiamo gli assembramenti e le concentrazioni spontanee, risaliamo in macchina e puntiamo in direzione del capoluogo. Il nostro viaggio è concluso. L’Aquila ci attende. C’è da ascoltare la sua storia, la storia della città che ha deciso di tornare a vivere.