«Salvare il centro storico perché L’Aquila torni a vivere com’era»
Daniele Kihlgren non ha mezzi termini; con voce garbata e tono fermo mischia le carte della nostra intervista e va diretto al punto: «Il terremoto lascia uno strascico di affetti persi, vite sospese, rovine. Il terremoto può ora essere un’occasione ».
Volevamo incontrare Kihlgren per ripercorrere con lui la storia di Sextantio, il progetto di recupero del borgo antico di Santo Stefano di Sessanio nato da un’ispirazione e diventato modello imitato e apprezzato nel mondo.
Ma il nostro ospite è un fiume in piena: le sue parole si inseguono senza posa e aggrovigliano idee, pensieri e immagini, nella voglia compulsiva di farsi capire e di lanciare un messaggio chiaro.
«Oggi l’emergenza è data dalla possibile scomparsa di una città storica in Italia, la cui identità più profonda e unica è nell’integrità e nella totalità del patrimonio minore dal quale senza soluzione di continuità si erge quel patrimonio monumentale su cui sono accesi in via quasi esclusiva i riflettori dei media. Un patrimonio che piace più che per contemplazione estetica del bello, per partecipazione affettiva del vissuto, del passato, delle storie di vita quotidiana ».
Giunto da Milano a Santo Stefano per caso, durante uno dei suoi viaggi in moto alla scoperta dell’Italia nascosta, sconosciuta e autentica, Kihlgren soffre oggi l’impossibilità anagrafica di non potersi definire, per nascita, Abruzzese.
« Anni fa, durante un viaggio in Sicilia, visitai la Valle dei Templi ad Agrigento: fui profondamente colpito dall’eccezionale forza evocativa dei monumenti e, insieme, dalla brutale aggressione edilizia che ha devastato tutto il territorio a ridosso dell’area archeologica. Fu allora che decisi di cercare un luogo dove fosse ancora possibile salvare quel patrimonio storico minore quasi ovunque sacrificato in nome della modernità e, paradossalmente, del turismo e della ricettività. Arrivai a Santo Stefano otto anni fa, quasi per caso: un borgo incastellato semi abbandonato nella terra d’Abruzzo, lambito da un piccolo lago con una fonte sorgiva naturale. Nel paesaggio agrario circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo. Trascorsi settimane a vagare per il territorio, per vivere, partecipare, comprendere, soffrire del fascino arcano di questa terra e iniziai così ad approfondire un progetto che potesse rendere conto di questa identità».
Oggi l’albergo diffuso realizzato da Kihlgren a Santo Stefano di Sessanio conquista le prime pagine di riviste e giornali internazionali.
Da La Repubblica al Financial Times, dall’Espresso al Times, dalle guide Touring al Sole24ore al Die Zeit, l’idea di Kihilgren è ormai d’esempio per chi promuove una forma di turismo che coniughi la salvaguardia della memoria dei borghi all’esigenza di farli vivere nuovamente, anche se solo per il fugace tempo di una vacanza: un esempio di ricostruzione che, pur conservando intatte le architetture utilizzando tecniche e materiali tradizionali, ha restituito un patrimonio sicuro che ha resistito anche alle forti sollecitazioni nei giorni del sisma.
«Un modello replicabile, anche se non dappertutto. Ma a chi dice che non è possibile recuperare un patrimonio anche gravemente compromesso, rispondo che quando ho acquistato la prima casa a Santo Stefano c’erano solo ruderi di mura avvolti dalla “foresta amazzonica”. Sicuramente scegliere la strada del recupero conservativo ha un costo, ma con un progetto di valorizzazione alle spalle è possibile programmarne anche un ritorno. L’Aquila, per esempio, ha tutto da guadagnare da una riprogettazione incentrata sul recupero del patrimonio minore e sulla rimozione di tutti i detrattori architettonici sedimentati con gli anni. Un progetto di respiro internazionale, un concorso magari, che già da sé sarebbe uno stimolo enorme alla ricerca delle soluzioni più giuste e della vocazione futura della città».
Gli alloggi ricostruiti attraverso l’uso esclusivo di materiali di recupero, gli interni ristrutturati lasciando intatte le tracce della vita che li ha attraversati, chiazze di fuliggine attorno ai camini e pennellate di vernice spenta; la ricerca degli arredi originali da accostare alla leggerezza di elementi essenziali al confort odierno, nelle camere da letto e nelle sale da bagno; il ristorante ricavato in una vecchia cantina dove, guidati dai migliori chef abruzzesi, è possibile riassaporare il gusto della cucina povera della tradizione, varia decisa delicata. L’albergo diffuso di Santo Stefano è un luogo di sperimentazione, dove tra eventi culturali di livello internazionale e ricerche per il recupero delle vecchie tradizioni, l’equipe di Kihlgren tenta di dar nuova vita al borgo.
Scavando nella memoria storica degli anziani, frugando tra le case e nei paesi tutt’intorno, a Santo Stefano vengono oggi riproposti i sapori di un tempo, l’artigianato domestico, la filiera completa legata a tutti i prodotti che una volta erano destinati all’autoconsumo. Intanto l’attenzione e la curiosità per questo piccolo borgo hanno portato diversi imprenditori a realizzare appartamenti da affittare, residence in palazzi d’epoca, agriturismo, mentre si è riaperto un mercato immobiliare e molte sono le famiglie che tornano ad occupare stagionalmente le case fino a qualche anno fa abbandonate.
« Quando ho iniziato ad acquistare le prime strutture mi prendevano per matto. Oggi Sextantio è una realtà consolidata e ci è capitato addirittura di mettere in vendita alcune case».
Un destino nuovo per questo gioiello della montagna abruzzese che, senza malinconia ma con riconoscenza, sulle tracce di un recente passato sta disegnando il proprio futuro.