In cima, 1.460 metri d’altezza, aria frizzante al tiepido sole di un mattino di maggio, fosco e brillante. La macchina l’abbiamo lasciata più giù: nel borgo si entra a piedi accompagnati da sbuffi di vento, giochi di bimbi e gatti in amore. Eppure, su tutti, la vince il silenzio.
Rocca Calascio, stella dell’Abruzzo montano, ricordo di antiche glorie medioevali, di abbandoni, crolli e ricostruzioni.
Paolo e Susanna Baldi sono arrivati qui nel 1992: appassionati di montagna, frequentatori assidui delle cime abruzzesi, curiosi di far visita a quella torre che sembrava fosse li a scrutare i monti e le valli tutto intorno. Un anno dopo avevano acquistato il primo rudere. Ancora un anno ed erano i nuovi abitanti di un borgo abbandonato.
«Quando siamo arrivati c’erano solo 3 case ristrutturate da turisti. All’inizio abbiamo conservato il nostro lavoro a Roma, anche perché il tentativo di promuovere un’attività di tour operator si scontrava con la poca disponibilità di strutture ricettive .
Nel ’95 abbiamo aperto il rifugio - una camerata da 16 persone, spartana ed essenziale, il riposo del viandante - da li è cambiato tutto».
Oggi gli alloggi sono 12, realizzati ristrutturando vecchie case, riutilizzando pietre e vecchie travi, lasciando le tracce di archi e volte antiche, recuperando mobili dell’arte povera locale.
E poi il nuovo artigianato degli arredi, gli stucchi e le pitture artistiche sulle pareti, i servizi curati nei dettagli, idromassaggio e internet affianco ai vecchi caminetti di nuovo funzionanti. Tutto senza tradire l’originalità e la storia del luogo, per accogliere al meglio i turisti che da qui partono lungo i sentieri di montagna, verso gli altipiani del Parco del Gran Sasso o il Corno Grande, visitando gli splendidi borghi attorno o puntando alle innevate piste da sci.
Paolo e Susanna ci raccontano la loro storia, mentre gustiamo un caffè “d’alta quota” nella sala del nuovo ristorante da poco realizzato recuperando un rudere all’ingresso del borgo - cucina tipica, semplice e ricercata. Prodotti locali poveri e preziosi, lenticchie formaggi e zafferano, grano e tavolozze di polenta, per i piatti della tradizione rivisitati da rinomati chef.
I tavoli sono ancora apparecchiati, le tovaglie stropicciate, posate e bicchieri striati da un ultimo sorso dimenticato lì, la sera del 5 aprile.
Sul banco, accanto ai numerosi riconoscimenti del Touring Club e alla guida L’Italia del Gambero rosso, c’è la foto incorniciata del locale prima delle operazioni di restauro: un mucchio di pietre e legni custode di rovi e alberi maturi. Un ricordo e al contempo un messaggio inequivocabile che sta a sottolineare la possibilità di non arrendersi al destino dell’irrecuperabilità.
Una lezione preziosa oggi che un pezzo di Abruzzo rischia di scomparire tra le macerie di un terremoto che qui ha interrotto una strada e portato solo tanta paura. Le case, quelle sono rimaste lì, sorrette da catene nascoste e ristrutturazioni studiate.
«Il giorno del terremoto il timore maggiore l’abbiamo avuto per uno dei nostri figli, che viveva a L’Aquila per motivi di studio: la nostra casa in città ha subito danni enormi.
Ma ora siamo tornati, dopo un breve soggiorno a Roma che ci ha riportati per qualche giorno alla dimensione di vita metropolitana. I nostri figli ci hanno detto: “ora capiamo perché ve ne siete andati”. Una scelta radicale: qui tutto è difficile, dai trasporti ai servizi, ma se ci si organizza e si rallentano un po’ i ritmi, i disagi sono più che ricompensati da una qualità della vita impagabile».
Il fruscio dell’aria tra i raggi di una bicicletta sgangherata, il ciottolare dei sassi che accompagna le corse dei bambini, sorrisi urla e affettuosi litigi tra i più piccoli, sono i suoni del giorno che scorre tra le vie del borgo antico.
Ripartono Paolo e Susanna, e con loro gli altri abitanti stagionali di Rocca Calascio che in questi anni hanno acquistato case da ristrutturare per le vacanze.
«La ricettività è la nostra prima fonte di lavoro e guadagno. Ma il nostro progetto è più ampio. Vorremmo fare della Rocca un ritrovo, un luogo di ispirazione: un centro culturale che produca eventi, incontri e attività durante tutto l’anno».
Da qui la realizzazione di una piccola sala concerti, la collaborazione con Orazio Tuscella e l’Officina Musicale Abruzzese, l’apertura di una biblioteca e una libreria dedicata alla conoscenza dell’Abruzzo, delle sue tradizioni e della sua storia, un angolo-mercato dove si possono trovare i prodotti unici dell’agricoltura e dell’artigianato locale. Un grande lavoro promozionale che ha trovato nel Consorzio degli operatori del Gran Sasso la necessaria sinergia tra operatori turistici e produttori, unico modo per attuare una strategia efficace di rilancio del territorio.
Il turismo e la tradizione devono essere il primo motore di rinascita di questi luoghi.
Calascio è ormai un luogo conosciutissimo all’estero: le foto della rocca campeggiano sulle copertine di numerose guide straniere sull’Abruzzo e la sua fama quale set cinematografico di splendidi film ne aumenta il fascino e stimola ancora la curiosità dei turisti.
Certo, gli ultimi eventi hanno frenato molto gli entusiasmi di tanti stranieri che già da tempo avevano prenotato una vacanza sulle nostre montagne.
Quando la terra ha tremato il rifugio ospitava diversi turisti che si sono riversati nei vicoli, fuori dagli alloggi: tutti tranne una coppia di tedeschi, svegliata dopo alcune ore dai Baldi, preoccupati per la loro sorte:
«Signori, ma non vi siete accorti del terremoto? »
«Si. Ma perchè da voi non è normale?»
Terra dura, l’Appennino abruzzese: terra fragile, zona sismica. Terra che a volte fa paura e allontana. Non è capitato ai due tedeschi, consapevoli del “carattere” dei nostri monti e certi di trovare la giusta risposta dagli operatori del posto: alloggi sicuri, ben conservati e ristrutturati, a prova di sisma.
A Rocca Calascio, 1460 metri di montagna nel cuore dell’Abruzzo.