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Il terremoto del 6 aprile 2009 e la sismicità dell’Abruzzo appenninico

Abruzzo e Appennino - <strong>Il terremoto del 6 aprile 2009 e la sismicità dell’Abruzzo appenninico</strong> Il terremoto del 6 aprile 2009 è avvenuto a seguito di una sequenza sismica iniziata nell’autunno 2008, caratterizzata da numerosi terremoti di piccola magnitudo. Sequenze simili avevano interessato lo stesso settore appenninico nel 1985, 1994 e 2003-2004.
Il terremoto è stato originato dall’attivazione - a profondità dell’ordine di 8-10 km – della faglia di Paganica: una frattura che interessa la crosta terrestre, emergente in superficie subito ad est dell’abitato, in corrispondenza della rottura di pendio su cui si appoggiano gli edifici del settore più orientale del paese. Non è un caso che lungo tale pendio siano state riscontrate fessurazioni con continuità per circa 10 km: verso i piloni del viadotto autostradale in direzione nordovest e fino a San Gregorio in direzione sudest.
La scossa del 6 aprile ha interessato un’area già colpita in passato da terremoti distruttivi; per questo motivo, la regione aquilana è inserita tra i settori del territorio nazionale con più alta pericolosità sismica (ossia, elevata probabilità di scuotimento con effetti al di sopra della soglia del danno in un arco temporale di interesse per la società). Il livello di pericolosità è lo stesso o comunque paragonabile a quello che caratterizza gran parte dell’Appennino abruzzese.
In effetti, le “storie sismiche” delle tre principali città appenniniche – L’Aquila, Avezzano e Sulmona – mostrano destini in comune. Le storie più ricche sono quelle di L’Aquila e Sulmona, ma Avezzano subì la distruzione totale (XI grado della scala Mercalli) nel 1915.
Il catalogo macrosismico DBMI08, disponibile su internet al sito http://emidius.mi.ingv.it/DBMI08/ indica che i terremoti che hanno recato i danni più significativi a L’Aquila (IX grado della scala Mercalli) sono avvenuti nel 1349, 1461 e 1703. Il primo evento si inserisce in realtà in un periodo sismico complesso, rappresentato da più scosse che hanno interessato il Lazio settentrionale, l’Aquilano, l’Abruzzo e il Lazio meridionali, nonché la zona di Venafro. Poiché si tratta di terremoti medievali, le informazioni disponibili non possono essere paragonate a quelle che oggi consentono di caratterizzare gli effetti di eventi di età moderna o contemporanea. Oltre che a L’Aquila, il catalogo riporta danni a Bazzano e parametrizza la scossa con una magnitudo circa 5.9±0.3.
Il terremoto del 1461 ha causato danni anche a Onna e a Sant’Eusanio Forconese (X grado), a Castelnuovo (IX-X grado), a Poggio Picenze e a Castelvecchio Calvisio (IX grado). La magnitudo stimata è 6.4±0.3.
Anche il terremoto aquilano del 1703 si inserisce nell’ambito di una sequenza sismica; la prima scossa con effetti distruttivi interessò la zona di Norcia il 14 gennaio (parametrizzata con M 6.7±0.1), causando danni pari al VII grado a L’Aquila e all’VIII a Paganica. Un terremoto colpì due giorni dopo una zona poco più a sud, con danni pari all’VIII grado a Roio Piano. Poi, il 2 febbraio, una nuova forte scossa (M 6.7±0.2) colpì l’alta e media valle dell’Aterno danneggiando nuovamente L’Aquila e recando distruzione ad alcuni abitati come Arischia, Pizzoli, Colle, Scoppito e Castelnuovo (X grado Mercalli).
Altri terremoti hanno interessato L’Aquila e i dintorni con effetti al di sopra della soglia del danno, in particolare nel 1762 (M 6±0.3), nel 1916 (M 5.2±0.3) e nel 1958 (M 5.2±0.3). Per altri eventi, invece, si hanno notizie soltanto di effetti a L’Aquila: si tratta ad esempio dei terremoti del 1315, 1466, 1750, 1786, 1791 e 1809, responsabili di danni valutati tra il VI e l’VIII grado Mercalli. Infine, L’Aquila ha subito danni anche a causa di terremoti originati in altri settori appenninici: il caso più noto è quello del già citato evento del 1915 che causò danni stimati con intensità pari al VII-VIII grado della scala Mercalli.
La storia di Sulmona è caratterizzata da un numero minore di eventi sismici rispetto a L’Aquila. Essa è dominata dal terremoto del 1706 - epicentro sulla Maiella, magnitudo pari a 6.8±0.2 - che ha causato danni consistenti al capoluogo peligno, valutati nel IX-X grado della scala Mercalli. L’altro evento responsabile di danni ingenti è il già citato terremoto del 1349, i cui effetti furono descritti da Giovanni Quatrario nel Carme Materno. L’intensità stimata a Sulmona è pari all’VIII-IX grado. A differenza del 1706, tuttavia, è probabile che questo terremoto non abbia avuto origine nella zona peligna. I danni potrebbero riferirsi alla scossa aquilana oppure a quella originatasi nella zona di Venafro.
Ebbe origine nel settore meridionale della Maiella, invece, il terremoto del 1933 (M 5.6±0.4), i cui effetti più forti furono osservati a Lama dei Peligni e a Taranta Peligna (IX grado). L’intensità attribuita a Sulmona è pari all’VIII grado della scala Mercalli. Simili effetti sono da riferirsi ad altri due eventi sismici - i già citati terremoti del 1456 e del 1915 - che non ebbero origine nella zona di Sulmona. Origine locale, ma ipocentro piuttosto profondo, ebbe invece il terremoto del 1905 che causò danni pari al VII grado Mercalli nel capoluogo peligno. Molti, infine, ricordano l’evento sismico del Parco Nazionale d’Abruzzo, avvenuto il 7 maggio 1984 (M 5.5), responsabile di danni valutati col VI-VII grado.
Per l’area di Sulmona si hanno altresì informazioni da fonti archeologiche su un grande terremoto dell’Antichità, avvenuto intorno al 150 d.C. Questo evento è ricordato in un’epigrafe conservata a San Clemente a Casauria, che cita le riparazioni ad una pesa pubblica nel cosiddetto Pagus Interpromium. Tracce archeologiche sono presenti in molte stratigrafie da scavi dell’area peligna, soprattutto in Sulmona, Corfinio e Cansano.
Come detto, Avezzano e la Marsica non sono caratterizzate dallo stessa frequenza di eventi sismici responsabili di danni che invece scandiscono la storia di L’Aquila e Sulmona con continuità. Tuttavia è indubbio che il terremoto marsicano del 1915 sia stato il più forte dell’Appennino abruzzese: con magnitudo pari a 7, fu responsabile della distruzione totale di Avezzano (XI grado della scala Mercalli) e della morte di più di 30.000 persone. Si tratta di un evento di gran lunga più forte della scossa del 6 aprile, che cambiò sostanzialmente la storia di un’intera regione: basti citare che l’XI grado Mercalli è riferito ad altri tre abitati (Cappelle, San Benedetto dei Marsi e Gioia dei Marsi) e che a nove abitati è stato attribuito il X-XI grado.
Prima del 1915, nel 1904, Rosciolo e Magliano dei Marsi erano stati colpiti da un terremoto con M 5.6±0.3, responsabile di danni pari al IX e all’VIII-IX grado Mercalli rispettivamente, ma con effetti trascurabili ad Avezzano. Danni moderati a questa città sono, infine, attribuibili ai terremoti del 1778, 1859 (entrambi con M 4.9±0.3, e intensità VI-VII ad Avezzano) e 1927 (M 5.3±0.4; intensità VI-VII ad Avezzano). Quest’ultimo evento sismico, originatosi nella Val Roveto, fu responsabile di danni a Civitella Roveto e Luco dei Marsi, stimati col VII grado Mercalli.
Come per la zona di Sulmona, anche per l’area fucense (Avezzano, San Benedetto dei Marsi, Alba Fucens) sono disponibili informazioni archeologiche, in questo caso relative ad un terremoto della Tarda Antichità. Per questo evento si hanno anche dati geologici acquisiti nel corso delle indagini svolte negli anni novanta lungo le faglie responsabili del terremoto del 1915. L’evento tardoantico potrebbe essere lo stesso che causò danni al Colosseo nel 484 o nel 508 d.C. Esso è oggi considerato come l’equivalente nell’Antichità del terremoto del 1915.
In chiusura di questa sintesi storica sulla sismicità appenninica, si è nuovamente fatto cenno alle cause dei terremoti: le fratture nella crosta terrestre che i geologi chiamano faglie, il cui movimento libera l’energia elastica che provoca lo scuotimento in superficie. L’Appennino abruzzese è caratterizzato dalla presenza di faglie prevalentemente con direzione nordovest-sudest, di cui la citata faglia di Paganica e quella del Fucino (che si sviluppa tra Gioia dei Marsi e Celano e poi, verso ovest, lungo i Monti della Magnola e sul versante meridionale dei monti Cafornia e Velino) sono esempi molto diversi tra loro, per quanto riguarda la lunghezza: 10 km la prima, più di 30 la seconda. Ciò ha ovvie implicazioni sulla magnitudo dei terremoti ad esse associati, considerando la diretta relazione tra questo parametro che definisce l’energia di un terremoto e la lunghezza di una faglia.
Alcuni terremoti storici citati, oltre a quello del 1915, sono associabili a specifiche faglie. Ad esempio, la scossa del 2 febbraio 1703 fu almeno in parte dovuta all’attivazione della faglia dell’Alta Valle dell’Aterno, che si sviluppa lungo i versanti occidentali dei Monti Pettino e Marine; il terremoto del II secolo d.C. è stato attribuito all’attivazione della faglia del Monte Morrone, che interessa il versante occidentale di questo rilievo montuoso.
Per altre faglie attive (intendendo con ciò faglie per cui si ha evidenza geologica di movimenti negli ultimi circa 20.000 anni), invece non si hanno tracce di attività nei secoli passati: cioè non è possibile attribuire ad esse alcun forte terremoto storico. E’ il caso, ad esempio, della faglia della Laga, potenzialmente responsabile di terremoti con M 6.5 ma che non ha eventi storici associabili con tale magnitudo. Ancora, è il caso della faglia della Media Valle dell’Aterno e della Valle Subequana (tra San Demetrio ne’ Vestini e Goriano Sicoli) che forse si è attivata l’ultima volta in età romana. Potrebbe essere il caso della faglia che si sviluppa tra Campo di Giove e il Monte Porrara, qualora non fosse associato ad essa il terremoto del 1706.
Le indagini geologiche hanno mostrato che in genere l’attivazione delle faglie più lunghe avviene con tempi di ricorrenza superiori ai mille anni, spesso anche superiori ai duemila anni. Tale informazione ci dice, ad esempio, che è poco probabile un’attivazione della faglia che causò il terremoto del 1915, con lo stesso rilascio di energia di quel terremoto, in un futuro di interesse per la nostra società. La probabilità è invece maggiore per faglie come quelle della Laga o della Media Valle dell’Aterno.
Sempre in tema di tempo di ricorrenza per l’attivazione di una faglia sismogenetica, è opportuno tornare ancora sul terremoto del 6 aprile. Fin dalle ore immediatamente successive alla scossa, tra le varie attività scientifiche di supporto all’organizzazione dell’emergenza, ricercatori di vari enti condussero rilievi finalizzati all’attribuzione dell’intensità macrosismica ai vari abitati danneggiati. In base al confronto delle distribuzioni dei danni, il terremoto è stato paragonato all’evento che interessò la stessa zona nel 1461. E’ possibile – gli studi in corso potranno confermare o meno – che i due eventi siano stati causati dalla medesima sorgente sismogenetica, la faglia di Paganica. In questo caso, evidentemente, il tempo di ricorrenza sarebbe minore di quello che caratterizza le faglie più lunghe.
Le informazioni che ho cercato di riassumere sono state acquisite in anni di attività da ricercatori di enti di ricerca e di università. Non si tratta di dati fini a se stessi. La loro lettura può facilmente fornire il quadro di una regione i cui abitanti devono riuscire a convivere con l’idea che il terremoto possa interferire anche seriamente con la vita quotidiana. I dati sulla sismicità e sulle faglie, in realtà, costituiscono gli ingredienti per ulteriori elaborazioni scientifiche - le mappe di pericolosità sismica - che hanno certamente un ruolo nella difesa dai terremoti. Infatti, la stima della pericolosità si basa sul trattamento statistico di informazioni come il numero di eventi sismici che nell’arco di secoli hanno colpito una regione e di parametri concernenti il comportamento delle faglie attive.
Non è una novità il fatto che praticamente tutti gli studi di pericolosità sismica – a cominciare dalla mappa ufficiale redatta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per il Dipartimento della Protezione Civile – evidenziassero probabilità elevate di forti scuotimenti del terreno in ambiti temporali di decine di anni per il territorio colpito dalla scossa del 6 aprile. Tali studi, elaborando con strumenti statistici le informazioni sulla sismicità storica e sulle caratteristiche delle faglie attive, forniscono indicazioni su quali aree del territorio nazionale siano da considerarsi più problematiche dal punto di vista della sismicità attesa.
Gli studi di pericolosità sismica in un certo senso “prevedono”, perché ci dicono che in una certa regione c’è da attendersi prima o poi un terremoto di entità definibile. NON rappresentano previsioni in senso deterministico (giorno, ora dell’evento) utili ad un approntamento pre-sisma delle misure di protezione civile in emergenza. Del resto, è vero che la sismologia svolge – ed è necessario che svolga – ricerche finalizzate alla previsione dei terremoti, ma è riconosciuto internazionalmente che la cultura e gli strumenti a disposizione del sismologo non siano tali, oggi, da poter fornire prodotti utili a pianificare azioni immediate, soprattutto per ridurre il numero delle vittime in caso di forti eventi sismici. Pertanto, il valore degli studi sulla pericolosità di un territorio risiede nel fatto che essi rappresentano strumenti insostituibili per la pianificazione degli interventi di edificazione e di adeguamento del costruito: in sostanza, le mappe di pericolosità – fornendo dati di base per le scelte in campo edilizio – hanno un ruolo preventivo, rappresentano elaborazioni utili e necessarie a mitigare gli effetti dei terremoti. Agire in deroga a questo tipo di informazioni può avere gli effetti disastrosi a noi noti.

di Fabrizio Galadini

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