A differenza di quanto avvenuto in altre regioni d’Italia, l’Abruzzo ha subìto meno l’urto che l’industrializzazione prima e la cultura post-industriale poi hanno provocato tra i nuovi modelli omologanti di organizzazione sociale e l’inestimabile patrimonio di usanze e tradizioni secolari che caratterizzavano tutti i momenti salienti della vita nelle comunità locali.
Un tempo vissuto nel lento susseguirsi e nel costante rincorrersi di festività per lo più religiose, spesso riletture cristiane di antichi riti pagani, di cui hanno conservato il legame originario con i cicli naturali, le stagioni, oppure la devozione protesa alla speranza di buoni auspici, per il raccolto, per il bestiame etc.
La vita, certo, è radicalmente cambiata anche nei piccoli borghi montani, nei paesi depauperati dallo spopolamento, man mano che gli ultimi testimoni del mondo che fu lasciano spazio alle nuove generazioni.
Eppure “l’anello di congiunzione tra la civiltà antica e la moderna” di cui parlava un secolo fa Antonio De Nino non si è totalmente spezzato.
Resistono in Abruzzo molti usi, centinaia di tradizioni popolari che, rilette, modificatesi nel tempo, conservano comunque un fascino ed un valore ancora sentito nelle comunità locali.
A volte sono vissute con l’intento di riannodare il legame con il proprio passato, di riscoprire l’identità di un territorio (si pensi, tra tutte, alla festa di Sant’Antonio Abate); più spesso sono riorganizzate con un’attenzione particolare per un pubblico esterno alla comunità, superando il rito per spingersi verso una spettacolarizzazione che ne delinea la nuova vocazione di attrattiva turistica ( La festa “dei serpari”di San Domenico a Cocullo ne è un importante esempio).
In ogni caso le festività tradizionali continuano a suggerirci l’idea di un tempo ciclico che rivive in un fitto calendario durante tutto l’anno: dalla festa di San Martino a novembre, con l’accensione delle “glorie” a Scanno, al Sant’Antonio; dalla “Madonna che scappa” a Sulmona e Introdacqua nel giorno di Pasqua, alle festività di carnevale, fino alle innumerevoli celebrazioni dei Santi Patroni di ogni singolo paese.
A queste usanze che attraversano gli anni, le generazioni, e caratterizzano la presente memoria dei vari territori, i tempi moderni hanno affiancato vere e prorie rievocazioni storiche, totalmente slegate dal vissuto delle comunità locali, che da un passato remoto riportano in vita momenti già allora destinati al tempo “ulteriore”, quello del gioco, dello spettacolo, del riposo.
Oggi fanno parte di un nuovo folklore legato ai costumi, ai cibi, alla rivalutazione di arti e mestieri antichi, concentrati in eventi curati in ogni particolare, attorno ai quali si sono sviluppate negli anni vere e proprie scuole di apprendistato, dagli sbandieratori, i musici, i cavalieri della Giostra Cavalleresca di Sulmona, agli arcieri e balestrieri del Certame di Popoli.
C’è poi un altro filone di manifestazioni che negli ultimi anni stanno caratterizzando in maniera incisiva il territorio abruzzese, soprattutto durante il periodo estivo.
Sono le sagre, alcune ormai storiche (la sagra delle ciliegie di Raiano è giunta alla sua cinquantunesima edizione) , già da tempo parte del nuovo patrimonio di tradizioni che si è andato delineando negli ultimi decenni, altre molto più recenti; tutte comunque legate alla promozione del territorio attraverso la tipicità di uno o più prodotti, attorno ai quali si sviluppano feste di piazza, immense tavolate, banchetti accompagnati da musica e balli di ogni tipo.
A questo genere di manifestazioni si affiancano, infine, nuove tradizioni legate ad una nuova forma di celebrazione storica e religiosa, come i sempre più diffusi presepi viventi, da quello di Rivisondoli (famoso in tutta Italia), a quelli particolari di Campo di Giove e Vittorito, in cui nei borghi antichi tornano a vivere i vecchi mestieri: non centurioni, pastori e greggi, ma maniscalchi, falegnami, donne che tornano per un giorno alle arti casearie d’un tempo.
Alcuni “usi e costumi” si perderanno ancora nel corso degli anni, altri resisteranno adattandosi ai tempi, mentre ne sorgeranno di nuovi, nell’esigenza di continuare a testimoniare la tipicità, l’appartenenza, l’identità dei singoli territori: un tratto distintivo della gente d’Abruzzo.