Monte Amaro: dalla faggeta alle praterie di altitudine
Si tratta di uno dei più classici e spettacolari itinerari del versante occidentale della Majella per l’ascesa verso la vetta di Monte Amaro.
Il percorso è molto lungo e copre un notevole dislivello, ma nonostante questo è sempre ben segnato e comodo da seguire. Questo permette quasi a tutti di salire sempre in modo graduale senza eccessivi sforzi.
L’escursione inizia in un ampio prato che si trova lungo la strada che da Campo di Giove va verso Pacentro, poco dopo aver superato il bivio per Fonte Romana dove un cartello (1249m) indica l’inizio del sentiero.
Qui, lasciata la macchina, si segue il sentiero n. 13, sempre ben tracciato, che in breve comincia una ripida salita nella faggeta. Quando il bosco finisce finisce, prima di raggiungere lo stazzo abbandonato di Fondo Majella, si incontra la piccola sorgente di Fonte dell’Orso (1705m). Dopo lo stazzo si arriva ad un bivio segnato da cartelli metallici dal quale si prende il sentiero 1E per Forchetta di Majella.
Quello che ci si trova di fronte è uno dei più grandi e caratteristici ghiaioni della Majella. Salendo ci si stupirà nel vedere che anche in questo particolarissimo habitat si rinvengono numerose specie di piante. Ai ginepreti che si trovano ai margini delle colate di detrito maggiori si arriva ai festuceti che colonizzano proprio la parte più mobile delle pietraie.
Qui una lunga diagonale porta veso il centro del vallone cosparso di piccoli spuntoni rocciosi. Arrivati ad un piccolo ripiano cosparso di massi il sentiero diviene più ripido e un susserguirsi di vari strappi in diagonale sul grande ghiaione portano all’emozionante spettacolo che si ha nello scavalcare la Forchetta della Majella (2390m). Da qui ci si inoltra verso il più piccolo anfiteatro di Fondo di Femmina Morta che all’imbocco della spettacolare Valle di Femmina Morta presenta un bivio nel quale si svolta a sinistra e si procede verso Nord lungo il sentiero n. 1, in direzione di Monte Amaro.
Il vasto altopiano carsico, di origina carsica, è lungo 5 Km e largo quasi 1, e costituisce uno degli ambienti più spettacolari del Parco Nazionale della Majella. Compreso tra i 2400 e i 2500m si presenta inciso da doline e circhi glacialie e ospita, nel periodo primaverile, numerosi laghetti formati dal discioglimento della neve. Particolarissima qui è la vegetazione, caraterizzata dalla struttura a mosaico e dalla forma a cuscinetto che gli permette di resistere al forte vento ed alle ampie escursioni termiche. Passeggiando in questo desolate distese di pietra si possono incontrare chiazze di vegetazione nelle quali si possono rinvenire la Stella Alpina "Appenninica" (Leontopodium nivalis) endemismo delle montagne Abruzzesi, la Silene a cuscinetto (Silene acaulis), la Viola della Majella (Viola magellensis) e tantissima altre piante rare che costituiscono una parte dell grande contingente di piante del Parco Nazionale della Majella che conta oltre 2100 specie.
Questi aspri e desolati ambienti ospitano anche molti animali, tra i quali meritano di essere segnalati il Piviere Tortolino, la Vipera dell’Orsini, l’Arvicola delle nevi, l’Aquila reale e il Fringuello Alpino.
Da questo punto si prosegue verso Monte Macellaro che appare in fondo alla grande valle. Arrivati a questo si abbandona la valle che qui si allarga e si sale verso destra, ai piedi del Monte Macellaro per sbucare sul pianoro dell’Altare dello Stincone (2550m). Si percorre il pianoro verso Nord e si arriva presso la cavità di Grotta Canosa (2605m). Qui ci troviamo alla base della cresta che sale verso Monte Amaro (2795m) segnato da una croce metallica e dove si trova il bivacco Pelino, sempre aperto.
Prati del Sirente - Valle Lupara - M. Sirente
Prati del Sirente - Valle Lupara - M. Sirente (4 ore facile)
Dislivello: 1192 m
Tempo di salita: 4.00 h
Tempo di discesa:
Segnaletica: 2.30 h
Segnaletica: segnavia giallo - rossi, sentiero n. 15 CAI
Carte: CAI Gruppo Velino Sirente
IGM 146 III NE Monte Sirente
Affacciato sui dolcissimi "Prati del Sirente" e su una splendida distesa di faggete, la parete settentrionale del Monte Sirente è la più spettacolare della montagna e puo essere salita lungo i sentieri che percorrono la Valle Lupara ed il Canalone Majori.
Lungo la strada che collega i centri di Rocca di Mezzo e Secinaro, al Km 12.350 si incontrano i resti del vecchio chalet "Sirente" (1156 m). Questo punto rappresenta la base di partenza di questa bellissima escursione, che rappresenta anche l'itinerario più famoso della montagna.
Da qui ci si incammina nel bosco lungo il sentiero CAI n 15 indicato da segnavia giallo - rossi.
Giunti alla quota di 1228 m si devia verso sinistra verso la Valle del Condotto. L'altro sentiero indicato con dei segnavia rossi e con delle lettere M porta sempre alla vetta, ma percorrendo il più ripido Canalone Maiori.
Giunti circa a 1300 m il sentiero si biforca di nuovo. qui si svolta a destra seguendo la mulattira che porta con una serie di tornanti alla base della Valle Lupara a 1700 m in circa 1.45 h.
Questa si percorre mantenendosi prima sulla sinistra della stessa e poi dopo una traversata sulla destra. dopo aver affrontato l'ultimo strappo del canalone ci si affaccia sulla parte sommitale del Sirente. Proseguendo verso destra mantenendosi sulla cresta, si prosegue fino alla cima della montagna a 2348 m.
La discesa richiede circa due ore e trenta di percorrenza.
Parco Regionale Sirente-Velino - Le più belle escursioni Autore: Narciso Galiè, Gabriele Vecchioni Editore: Società Editrice Ricerche Collana: Parconatura 3 Anno: 1999 Formato: 16,5x23cm Pagine: 160
Prati de Sirente - Valle Lupara - M. Sirente (4 ore facile)
Al Km. 25 della SA.S. 5 bis ,si gira al bivio per Secinaro e percorrere la strada fino al Km 12.350 dove sono situati i resti di uno chalet (q. 1156) da qui per il bosco si percorre il sentiero che porta circa a quota 1800, si traversa diagonalmente da Est verso Ovest una valle erbosa, poi si raggiunge con ripido pendio la Valle Lupara fino ad un intaglio della cresta(q. 2210) seguendo la quale si raggiunge la cima di M. Sirente.(q. 2348)
rifugio sebastiani
come raggiungerlo A25: Roma-Pescara, uscita Aielli-Celano; statale direzione Ovindoli- Rovere- Rocca di Mezzo; prima di arrivare al centro di quest'ultimo, seguire una carrereccia che porta verso i Piani di Pezza (Capo Pezza)/Rifugio del Lupo. Si può lasciare il mezzo privato all'inizio della piana o alla fine del sentiero che la attraversa; da qui seguire il sentiero 1A (vedi sotto); dislivello max 600m.
A24: Roma- L'Aquila, uscita Tornimparte; seguire la strada che porta agli impianti sciistici di Campo Felice; girare a destra al bivio per il Ristorante-Albergo Alantino; dopo 300 m, prendere la carrereccia sulla sinistra e seguire la strada leggermente in salita fino ad un ex-miniera di bauxite. Lasciare il mezzo privato e prendere il sentiero 1C (vedi sotto). Arrivati ad una fonte (oramai secca), si può scegliere tra il sentiero sulla sinistra, più breve con maggior dislivello e la strada sulla destra, più panoramica ma più lunga; dislivello max 600m.
storia
Il rifugio V. Sebastiani al Colletto di Pezza ha una travagliata storia: progetti, nascite, rinascite.
La prima proposta venne fatta in un'Assemblea Ordinaria della Sezione C.A.I. di Roma il 18 Maggio 1913, dove si propose la costruzione di un rifugio che facilitasse le escursioni sul M.te Velino. Nel 1914 si riparlò in concreto del rifugio quando i soci Gallina e Sebastiani, incaricati da un'apposita commissione, identificarono in un sopralluogo una posizione adatta vicino al Colle del Bicchero, crocevia di tre diversi sentieri.
La grave situazione internazionale, le ostilità nell'estate del 1914 e il terremoto della Marsica nel Gennaio 1915 portarono ad un arresto della vita della sezione. La guerra coinvolse tutti i singoli soci; l'Ing. Vincenzo Sebastiani si distinse nel salvataggio dei terremotati marsicani e nelle azioni al fronte, che gli procurarono due medaglie d'argento prima di morire il 20 Agosto 1917.
Quando ad un'altra Assemblea Generale dei soci il 30 Aprile 1918 si riprese a parlare del Progetto di costruzione del Rifugio, il segretario L.Spada annunciò l'intenzione di dedicare il futuro rifugio proprio al socio V.Sebastiani sia per le sue gesta eroiche sia per il suo vivo interesse al progetto.
Nel 1919 E.Sebastiani, padre del caduto V.Sebastiani, con una generosa donazione riportò l'attenzione sulla questione del progetto che nel frattempo aveva visto dei cambiamenti rispetto alla posizione scelta in precedenza, di difficile accesso nei mesi invernali. La nuova commissione propose il Colletto di Pezza come sito ottimale per la nuova costruzione il 24 Giugno 1921, quando i lavori erano in realtà già cominciati sull'altro versante del monte.
In ogni caso procedettero con grande rapidità; grazie ai contributi dei soci, come sempre, del Ministero della Guerra, della sede centrale del C.A.I., dell'ENIT, della Provincia dell'Aquila si raggiunse la disponibilità economica necessaria per completare l'opera.
Nel settembre del 1922 il Consiglio affrontò il problema dell'inaugurazione ufficiale del Rifugio che ebbe luogo, nonostante diversi avvenimenti imprevisti, il 22 Ottobre 1922 alla presenza del sindaco di Ovindoli, dei consiglieri, di trenta soci di Roma e dell'Aquila.
Percorriamo la strada sterrata, poi questa piega a destra e taglia sottobosco, il versante nord del Sirente.
Saliamo in leggera salita e, a quota 1450, inizia il ripido canale.
Purtroppo, nonostante le basse temperature dei giorni precedenti, la neve era molle…un macello!
Saliamo ripidamente affondando a volte fino al ginocchio, purtroppo, dobbiamo procedere a zig zag e non in maniera rettilinea come speravamo.
Il canale è esposto a NO, però non fa freddo, siamo poco sopra gli 0°C.
Ad un certo punto occorre calzare i ramponi, non per la neve ghiacciata, ma per la neve irregolare: a volte c’è neve ventata su neve ghiacciata (pericolosissima).
Sant’Onofrio – eremo di San Pietro
• Sviluppo chilometrico: circa 12 km;
• Dislivello: 850 m;
• Tempo di percorrenza: ore 3.00 in salita, 2.30 in discesa;
• Difficoltà: EE (per escursionisti esperti);
• Cartografia: IGM
Fg 146 II SE (Sulmona),
Fg 146 II NE (Pratola P.),
Fg 147 III NO (Caramanico);
Carta dei Sentieri 1:25.000, Montagne del Morrone, C.A.I. sez. Sulmona
Dall’abitato della Badia si giunge in auto al piazzale (525 m) che si trova a ridosso del sito archeologico del tempio di Ercole Curino. Di fianco al piccolo chalet si prende un sentiero sterrato che con alcune ripide svolte e qualche tratto con gradini scavati nella roccia porta velocemente all’eremo di S. Onofrio (637 m) sorto intorno al 1290.
Lasciandosi alle spalle il cancelletto di ingresso all’eremo, subito a destra si prende una rampa che passa sotto alcune grotte e si supera un muretto roccioso di pochi metri con un facile passaggio di arrampicata (I grado). Si arriva così su di un largo e panoramico terrazzo sospeso tra i pilastri rocciosi, subito al di sopra del tetto dell’eremo (645 m).
Seguendo un sentierino e costeggiando alte e verticali strutture rocciose, si entra nel profondo canalone che, provenendo dal basso, lambisce il terrazzo e prosegue verso l’alto.
Seguendo fedelmente la segnaletica si risale tutto il canalone fino a quota 855 m, quando la traccia di sentiero piega a destra per risalire la facile costa rocciosa che lo chiude sulla sinistra orografica.
Poche decine di metri più in alto, usciti dal canalone, si prosegue in un bosco dapprima fitto che diviene sempre più rado prima di trasformarsi in una macchia poco compatta, dove bisogna prestare attenzione per seguire la traccia del sentiero fino a 1100 m, quando si entra in una pineta.
Dopo un tratto ripido si incrocia una larga sterrata (1200 m). Qui termina il sentiero N. 6, e arrivati presso un cartello segnaletico si seguono le indicazioni verso NO in direzione Vicende -Eremo di San Pietro.
Da qui si raggiunge in poco più di 15 minuti il piccolo eremo di San Pietro (1379 m). Questo, costituito da una povera costruzione in pietra con volta a botte, risulta essere nulla più di una povera celletta. Una minuscola finestra con strombatura e i resti di un altarino sempre in pietra, completano l’architettura semplice del manufatto, ormai ridotto in condizioni fatiscenti.
La suggestione del sito ove sorge, una propaggine boscosa che si stacca dal corpo principale della montagna per affacciarsi con un piccolo cocuzzolo pelato sulla valle e su un panorama a 360 gradi, ne fanno una delle mete più belle delle escursioni al Monte Morrone.