Non sono mai salita sulla Maiella ma conosco i racconti delle sue meraviglie. Di quando, verdissima, si alza a primavera sui pascoli e i boschi dei pianori di sotto. O di quando, alla fine di un crinale erboso, dopo una marcia solitaria, i suoi lunghi bastioni irrompono allo sguardo, poderosi e terribili, così veri eppure incredibili e irreali. E, ancora, di quando, nei giorni rari di cielo limpido e sereno, concede la suprema emozione: la cresta di Monte Amaro sfolgorante nel sole, la vista interminabile, l’inattesa visione. Il mare. Un mare grande, azzurro cupo, che colma l’orizzonte, che non lascia scampo allo sguardo, che porta profumi e favole lontane. Da qui, si racconta, arrivò la giovane Maia, regina d’Oriente, in cerca di salvezza per il suo bambino colpito da un oscuro male: i maghi di corte le avevano detto che l’erba magica della gigantesca montagna distesa sulle coste dell’Adriatico lo avrebbe sanato; partita per il lungo viaggio, la regina approdò al porto di Ortona ma la neve che ricopriva ancora le agognate pendici rese vana la sua ricerca e il dolore le trafisse il cuore; la montagna, allora, impietosita da quel sacrificio, trasformò Maia in una grande roccia che da quel giorno prese le sembianze della tenera madre… Così si narra, così la vetta invita a sognare. Visioni di un Appennino che in Abruzzo incontra nel modo più dolce l’oro del litorale. Mito immortale di una profonda e speciale relazione che ha sempre legato la Grande Montagna all’Abruzzo del mare. I fianchi maestosi che digradano piano, i rilievi più miti, il versante più facile e aperto: è qui, è questa, con certezza, la montagna che gli abruzzesi hanno chiamato Madre. Di fronte al mare, dove il sole ha reso opulento l’infinito massiccio. Ma è nel cuore delle terre adriatiche che la Maiella più rivela la sua essenza di nutrice primordiale. Qui, tracce millenarie disseminate tra forme spettacolari testimoniano il vincolo mai reciso, ora luminoso e soave, ora arcano e feroce, tra le genti d’Abruzzo e la divina genitrice. Sono le “sacre” grotte, templi di culti arcaici e crudeli, o le magnifiche abbazie medievali, epicentri di fede e di civiltà secolari. Tesori e segreti da scoprire. Un mondo lontano dai litorali brulicanti di vita immediata, dalla estroversa Pescara. Un Assoluto tangibile, invece, a una manciata di minuti e chilometri, dove sondare dimensioni smarrite del nostro essere, dove ritrovare sogni e sguardi che ci appartengono. Attraversando le geometrie urbane che si dipanano fitte lasciando il mare, non sembra di correre incontro a posti abitati per secoli da mistiche solitudini, dalle vicende umili e grandiose di uomini di fede, di santi, di pastori. Poi, il mutare del paesaggio nei territori appena distanti dalle grandi corsie, l’esplosione via via più abbagliante del verde e delle fioriture, gli orizzonti incorniciati di cime in fondo alle strade che salgono sempre più strette, annunciano l’inizio di un viaggio particolare. Maiella di settentrione. Si varca la terra della Dea Madre. Oltre il borgo medievale di Bolognano, la forra aspra e bellissima delle Gole dell’Orta serba un luogo colmo di gravità e di mistero. E’ la Grotta dei Piccioni, così chiamata per i piumati ospiti che a lungo vi dimorarono, dove le antiche comunità neolitiche locali celebravano riti e sacrifici per propiziare la fertilità dei campi. A strapiombo sull’orrido, le tracce ancora visibili delle ingenue e forse atroci cerimonie, l’antro sprigiona un’atmosfera di tempo sospeso, di trascendenza assoluta, che rapisce il visitatore. Ma ogni roccia, ogni costa, qui, è pervasa di sacralità immemorabile. Nel profondo vallone di Roccamorice, uno dei luoghi più severi dell’intero Appennino, è nascosto l’Eremo di S. Spirito, il più grande tra i numerosi romitori della Maiella e certamente il più famoso per spritualità e tradizioni. E’ raccolto ai piedi di un’impressionante parete calcarea e ospitò Pietro Angelerio da Morrone, il futuro papa Celestino V, che vi costruì, nel 1248, la chiesa abbaziale dedicata allo Spirito Santo e vi rimase per quasi cinquant’anni, facendo del cenobio un polo straordinario di preghiera e di azione religiosa. Non molto lontano, affacciato sul ciglio dello stesso vallone, si confonde nella roccia il singolare profilo di S. Bartolomeo in Legio. La forma nuda e squadrata, sorprendentemente simile a quella di un “pueblo” messicano, l’eremo è il più suggestivo di queste pendici, con la sua struttura allungata su una stretta e precipitante balconata di roccia, appena accessibile dall’angusto passaggio della Scala Santa. Qui l’eremita Pietro si ritirava per i suoi digiuni e ancora oggi un clima ineffabile circonda il luogo, la cui stessa natura sembra aver destinato alla sua alta vocazione. Una montagna dura ma allo stesso tempo grata, eccelsa eppure dolce e accogliente: in questa regione marcata da tratti così eccezionali, la Maiella da sempre sacra, ebbe gli episodi più numerosi della sua storia spirituale. Nella attigua Valle dell’Orfento, vicino Caramanico Terme, tra superbe balze rocciose si cela l’Eremo di S.Giovanni, stupefacente per le forme e l’ingegnosa spericolatezza della struttura. I romiti, anelanti a un estremo distacco dal mondo, lo scavarono interamente nelle ripide pareti del canale, con l’unico accesso in un camminamento tagliato nella viva roccia a strapiombo. Regala qualche brivido quando, in un tratto, lo si deve percorre strisciando per terra aggrappati al costone! Emozionante reliquia del tempo. Come il diruto Eremo di S. Onofrio, poco lontano, o quello, anch’esso dedicato al pio asceta, costruito sotto una grande rupe nei pressi di Serramonacesca. Sante testimonianze di una vicenda imponente e nascosta, unica nell’Appennino e che, come un seme di vita, generò ulteriori e splendenti espressioni. L’abbazia romanica di S. Liberatore a Maiella, poco lontano, tra i boschi, è la gemma più preziosa di questa vitalità peculiare. La sua bellezza solitaria e solenne si trasfonde in quella di un paesaggio reso ancor più profondo dalla presenza di antiche tombe scavate nella roccia e da uno slargo nascosto sul greto del fiume Alento, santuario, nei tempi remoti, di un culto delle acque. Qui i luoghi tornano a stillare sensazioni fortissime ed è palese che il nostro viaggio, giunto ormai all’ultima tappa, si è rivelato un percorso in una regione di noi stessi dove il dialogo con la Montagna è tornato a riprendere la sua forza: quella voce che non sapevi più, quella pietra che avevi smesso di sentire. La Maiella è una cosa magica, antica, che vive un‘armonia dolcissima da ascoltare con l’orecchio del cuore. Esige tocco leggero e rispetto assoluto ma in cambio ci insegna la vita. Di tanto in tanto torniamo a calcare i suoi sentieri, ad assaggiarne il respiro, a guardarne la vetta. La nostra vera umanità è in questa direzione.
LE LEGGENDE DELLA MAIELLA
Nel ricco patrimonio abruzzese di leggende moltissime sono quelle legate ai luoghi della Maiella. Storie che parlano di tesori nascosti, di fonti miracolose, di apparizioni straordinarie, tutte imperniate intorno a posti enigmatici, come grotte o rocce dalla conformazione particolare, o ai luoghi di preghiera costruiti dai santi eremiti. Tra tutte ci piace ricordare quella sull’origine della chiesa abbaziale di Santo Spirito, tramandata con vividi colori dalla tradizione popolare. Si racconta che all’alba del 29 agosto 1248 le campane presero inaspettatamente a suonare nelle valli intorno a Roccamorice. Confusi e meravigliati, contadini e borghigiani levarono lo sguardo sulla montagna, da dove i rintocchi sembravano partire, ognuno pensando alla piccola comunità di eremiti che tra le rocce aveva costruito il suo povero e santo riparo. Sembrava impossibile che quel suono potesse provenire da un luogo così selvaggio! Senza indugiare, un gruppo di essi si portò verso il romitorio e quale fu lo stupore nel vedere Frà Pietro Angelerio da Morrone, futuro pontefice e santo, che dalla finestra della sua cella mirava il cielo popolato da una schiera di Angeli e Beati condotta dal vecchio Re Davide, il quale annunziava che, per volontà di Dio, quel luogo doveva essere dedicato allo Spirito Santo. L’estasi di Pietro era al suo culmine. Ed ecco che un raggio luminoso entrò nella cella illuminando una scena celestiale: sul nudo altare, in un tripudio di luce, San Giovanni Battista celebrava la messa sotto lo sguardo della Madre Divina seduta in trono con il Bambino sulle ginocchia e il Battista al suo fianco. Terminato il santo ufficio il cielo si spalancò e apparve Dio Padre che, con il braccio benedicente, santificò quella roccia mentre la moltitudine degli angeli, guidati dallo Spirito Santo, glorificava con inni radiosi la solenne dedicazione. Pietro era rimasto assorto. Quando si svegliò dalla sua estasi si accorse che le sue vesti erano diventate splendenti. I valligiani, esultanti per il grande prodigio, ridiscesero a gran corsa nelle loro contrade per diffondere la straordinaria notizia. La benedizione di Dio era scesa sulla Maiella, dimora di dèi pagani; da quel giorno l’antica montagna, grazie all’opera di Pietro, sarebbe stata la porta del cielo e la casa del Signore. |